Carmelina di Capri

Carmelina di Capri

Nasce nel 1920 da una famiglia di pescatori e inizia a dipingere per caso. Vincerà premi, le saranno dedicati articoli e documentari. E la sua Capri naïf diventerà famosa nel mondo

di Giuseppe Aprea

 

Per i bimbi delle marine del mondo, le barche sono come aquiloni: sognano di saltarci sopra e navigare nell’azzurro, da una nuvola all’altra, da un porto vicino a quello nascosto dietro l’orizzonte. Questo innato desiderio di libertà spinse un giorno Carmelina bambina, figlia di pescatori della Marina Grande di Capri, a costruirsi una barchetta, con tanto di assi, chiodi e martello, e con essa prendere il mare.

© Massimo Mastrorillo

© Massimo Mastrorillo

«Viaggiare sul mare è sempre stato il mio sogno – raccontò molti anni dopo, in occasione della sua prima mostra da pittrice – ma questo a Roma, a trentanove anni, è il primo viaggio della mia vita». Era il 1959.

Fino a quel momento, nulla era stato facile per lei: neanche la malattia, sotto forma di una terribile meningite, aveva rispettato la sua infanzia già stentata. Ne era uscita a fatica, tramortita da febbri altissime e da incubi angosciosi, dopo notti e notti trascorse a vagare da sonnambula sotto gli occhi ansiosi e vigili del fratello Alfonso, suo vero angelo custode. Anche se «mi ha salvato la Madonna – diceva lei – mi è apparsa sorridente e mi ha detto di non disperare».

© Archivio Celentano

© Archivio Celentano

A trent’anni sposò il buon Giovanni, lasciando così l’umile casa degli Alberino, al pian terreno di quel palazzotto che svettava in mezzo a tutti gli altri della Marina per il suo colore rosso fuoco. Il nido d’amore dei due sposi era piccolissimo e non guardava il mare, ma per una strana coincidenza la sua porta, che apriva i battenti sulla via Pastena, era anch’essa dipinta di rosso. Il loro primo, desiderato figlio, Pasquale, soffrì per anni a causa di una salute assai cagionevole, ma il destino lo ricompensò, infine, concedendogli il privilegio di dare il via, seppur involontariamente, alla carriera di artista di sua madre. Lei stessa raccontava che nel suo triste passare da una febbre all’altra, una volta, costretto a letto per lunghe giornate, continuava a supplicarla perché gli comprasse una scatola di colori per dipingere. Figurarsi la disperazione di sua madre, che gli avrebbe regalato anche il cielo azzurro se solo avesse potuto, ma che molte volte stentava non poco per trovare il necessario per mettere sulla tavola un piatto caldo, essendo spesso Giovanni, che faceva il giardiniere del camposanto, senza lavoro. A chi mai poteva chiedere aiuto per accontentare il suo bambino, si tormentava. Pensa che ti pensa, alla fine fu il solito compassionevole Alfonso a venire in suo aiuto e le duemilasettecento lire (che non erano poca cosa) per far felice Pasqualino si trovarono.

«Eccola qua, ma non dire a nessuno che te l’ho comprata – si raccomandò Carmelina porgendo la scatola al figlio – altrimenti cosa penserà di noi la gente, che sa che non abbiamo neanche i soldi per mangiare!».

Detto fatto, il bambino uscì di casa urlando al cielo… e ai passanti il motivo della sua straripante felicità! Inutile dire che ne venne fuori un gran putiferio. Riportato con modi alquanto spicci e qualche urlaccio tra le mura domestiche, l’aspirante pittore reagì scagliando addosso alla madre tutto quel che gli capitò sotto tiro; fortunatamente erano oggetti in carta: vecchi giornali, lettere, cartoline. E proprio una cartolina, una di quelle patinate con il bordo frastagliato, con su impressa una magnifica Grotta Azzurra con la scritta rituale “Saluti da Capri”, atterrando sfiorò la malcapitata, attirando la sua attenzione e facendole balenare un’idea. Una di quelle idee che quando arrivano ti cambiano la vita.

«Pascalì, ora ti insegno come usare i pennelli – provò allora a rabbonire il figlio – dipingiamo insieme la nostra Grotta Azzurra!».

Con il piccolo ribelle al suo fianco ed Emilia, l’altra figlia, vicina dall’altra parte, Carmelina si mise all’opera. In realtà dipingeva senza alcun modello, dal momento che con suo padre era stata un mucchio di volte nella grotta e negli occhi aveva ancora impressi i colori magici di quel luogo delle meraviglie. In un battibaleno, l’antro di roccia e la sua luce azzurra presero forma come per incanto sulla tavoletta di legno che, prima ancora che si asciugasse, fu appesa al muro per la felicità di tutti i presenti. Quella stessa scena si ripeté nei giorni seguenti, e questa volta esposti sul muro della strada fecero la loro comparsa dapprima un gruppetto di pescatori intenti a preparare le reti per la pesca dell’indomani, ossia gli amati fratelli dell’improvvisata anche se talentuosa pittrice, poi sua madre affacciata al balcone sulla marina e infine il famoso palazzo rosso, in piedi, proteso a sfiorare il mare azzurro. Chissà, forse qualcuno avrebbe voluto comprarne uno.

© Michele Sorrentino

© Michele Sorrentino

La gente passava davanti alla casetta con la porta rossa, a vedere quegli ingenui quadretti sorrideva, ma poi tirava avanti, lasciando delusi i protagonisti della nostra storia. Finché un giorno, come accade nelle favole, non passò di lì una principessa (Borghese) e dopo qualche minuto di attenta osservazione consegnò alla nostra Carmelina, in cambio di una di quelle opere, mille lire ed un buon numero di parole dolci. L’“artista per caso” non si era ancora ripresa dalla sorpresa e dalla soddisfazione che, il giorno successivo, la nobildonna ripassò da via Pastena: un altro quadretto comprato e altre mille lire. Immaginarsi la felicità della nostra, che si fece forza per restare con i piedi sulla terra: destinò la sommetta al pagamento della bolletta (fino ad allora inevasa) affinché in casa tornasse la luce, e poi ad un allegro e lungamente sognato pranzetto familiare.

Quale e quanta strada esattamente facessero quei suoi primi quadri, la pittrice naïf non lo seppe mai. Fatto sta che, come lei stessa raccontò anni dopo, un bel giorno il critico d’arte Giancarlo Vigorelli bussò sui vetri (anche quelli nel frattempo erano coperti da immagini dipinte) della porticina rossa e «mi spiegò tante cose che non compresi neanche bene, poi si prese i miei quadri e li portò a Roma, alla Galleria “La Feluca”». Fu così che la Carmelina Alberino dagli occhi neri, lucenti e quasi parlanti; la Carmelina semplice e generosa cui la gente voleva bene pur conoscendone certe repentine ombrosità; quella stessa Carmelina che da sempre amava il mare e la libertà e che pregava sempre San Costanzo, prodigioso protettore della sua isola amata; divenne ad un certo punto per tutto il mondo legato all’arte, “Carmelina di Capri”.

Conquistata a duro prezzo la felicità, lei prese a riversarla a piene mani sulla tela e fu il successo. La bellezza dell’isola, rivelata nell’Ottocento dai romantici tedeschi, immortalata da Corot e prediletta dai suoi allievi fino a Renoir, riapparve in una veste assolutamente nuova e candida, destinata anche per questo ad incantare un pubblico vastissimo. Era una visione nello stesso tempo assolutamente fedele alla realtà eppure surreale. Umana e contemporaneamente fantastica, come può essere soltanto una fiaba. Carmelina guardava il suo piccolo mondo affacciata ad una finestra magica, ed ecco che dai suoi pennelli prendevano forma e colore la piccola piazza del paese, con gli ombrelloni colorati ed il campanile; la processione dei devoti, dipinti in lunghe fila di figurine puntiformi, dietro la statua argentea del santo; le case della marina, con il “suo” palazzo rosso che troneggia in mezzo ad esse. Qualche volta invece la pittrice si librava in volo, per mostrare a tutti la tragica visione della sua isola assediata dalla flotta saracena, o al contrario trasformava Capri in un quieto presepe, con la gente che tornante dopo tornante (come lungo via Krupp) si avvicina alla grotta dove è nato Gesù, mentre in alto i re Magi lasciano il loro castello cavalcando i cammelli.

Ne aveva fatta di strada, Carmelina, quando lasciò i suoi pennelli e la sua amata famiglia. E tanto tempo è trascorso da allora. Eppure ancora oggi, a chi passi davanti alla sua “tanto desiderata casetta” di via Cercola, può accadere di sentire il fruscio della sua barchetta-aquilone che ancora naviga nel cielo. Sarà per questo che i suoi quadri, a cento anni dalla sua nascita, lasciano in chi li guarda la dolcissima sensazione di ritornare bambini. Sia pure solo per pochi attimi.

 

 

Carmelina of Capri
She was born in 1920 into a family of fishermen and began painting by chance. She went on to win prizes and have articles and documentaries devoted to her. And her naïve Capri would become famous around the world

© Archivio Celentano

© Archivio Celentano

by Giuseppe Aprea

 

For kids on seashores around the world, the boats are like kites: they dream of jumping on them and sailing off into the blue, from one cloud to another, from the nearby harbour to the one hidden behind the horizon. This innate desire for freedom was what one day spurred little Carmelina, the daughter of a fishing family at the Marina Grande in Capri, to build herself a small boat, with planks, nails and a hammer, and to set off to sea in it.

“It was always my dream to travel across the sea,” she recounted many years later, on the occasion of her first painting exhibition. “But this trip to Rome, at thirty-nine years old, is the first journey I’ve made in my life.” It was 1959.

Up until then, nothing had been easy for her: a tough childhood was made all the harder by illness, in the form of a terrible meningitis. She struggled to pull through the illness, as she fell unconscious with high fevers and harrowing nightmares, and spent night after night sleepwalking, wandering around under the anxious and vigilant eyes of her brother Alfonso, her true guardian angel. Though she used to say: “It was the Madonna who saved me. She appeared to me smiling, and told me not to despair.”

At the age of thirty, she married the good Giovanni, and so left the humble Alberino household on the ground floor of the building whose flame red colour makes it stand out from all the other houses at the Marina. The newlyweds’ love nest was tiny and lacked a view of the sea, but by a strange coincidence the door, which opened onto Via Pastena, was also painted red. Their first, longed-for son, Pasquale, suffered delicate health for years, but fate eventually compensated him by granting him the privilege of launching his mother’s career as an artist, albeit unwittingly. Carmelina would tell the story of how, as he went from one miserable fever to another and was forced to stay in bed for days at a time, Pasquale kept begging her to buy him a box of paints. Imagine the desperation his mother felt: she would have given him the blue sky if she could, but it was often a struggle to find the wherewithal to put a hot meal on the table, since Giovanni, who was a cemetery gardener, often had no work. She agonized over who she could ask for help, to keep her son happy. As you have probably guessed, in the end it was the compassionate Alfonso who came to her aid as usual, and they found the two thousand seven hundred lire (no mean sum in those days) to make Pasqualino happy.

“Here you are, but don’t tell anyone I bought it for you,” Carmelina urged, as she held out the box to her son. “Otherwise what will people think of us, knowing that we don’t even have enough to eat?!”

No sooner had she said that, when the lad ran out of the house shouting to the heavens… and to all the passers-by… the reason for his uncontainable joy! Needless to say, all hell broke loose. When he was dragged, equally conspicuously, back into the house amid shouts and bawls, the aspiring artist reacted by hurling everything within reach at his mother; fortunately the objects were all made of paper: old newspapers, letters, postcards. And it was one such postcard, one of those glossy ones with jagged edges, showing a magnificent view of the Grotta Azzurra with the typical inscription “Greetings from Capri”, that brushed against his poor mother as it landed, catching her attention and sparking an idea in her mind. It was one of those ideas that changes your life.

“Pascalì, I’m going to teach you how to use the paint brushes now,” she said, trying to calm her son down. “Let’s paint the Grotta Azzurra together!”

With the little rebel at one side and her daughter Emilia at the other, Carmelina set to work. She painted it without needing any model, in fact, since she had been to the grotto hundreds of times with her father and the magical colours of that place of wonder still remained imprinted on her eyes. In the twinkling of an eye, the rocky cavern and its azure light took shape on the wooden tablet as if by magic, and it was hung on the wall while still wet, to the joy of all those present. The same scene was repeated over the next few days, and this time the paintings hanging on the wall in the street showed a group of fishermen busy preparing their fishing nets for the next day, or the ad-lib but talented artist’s beloved brothers, and then her mother looking out over the harbour from her balcony, and finally the famous red building, reaching out towards the deep blue sea. Who knows, maybe someone would want to buy one?

The people passing by the little house with the red door smiled to see those naïve paintings, but continued on their way, leaving the protagonists in our story rather disappointed. Until one day, just like in a fairy tale, a princess (Borghese) came by: after studying the paintings carefully, she gave Carmelina a thousand lire for one of them, along with some kind words. The “happenchance artist” had barely recovered from her surprise and pleasure when, the next day, the aristocrat returned to Via Pastena and bought another painting, also for a thousand lire. You can imagine Carmelina’s delight: she could barely keep her feet on the ground! She used the money to pay the overdue electricity bill so that they could have electricity in the house again, and then for a joyful and long dreamed-of family dinner.

Our naïve artist never found out what actually happened to those first paintings. But, as she recounted many years later, one fine day the art critic Giancarlo Vigorelli knocked on the glass in the red door (which by that time was also covered with paintings) and “told me lots of things that I didn’t really understand. Then he took my paintings off to Rome with him, to the ‘La Feluca’ gallery.” And that is how Carmelina Alberino, with her shining, dark eyes that seemed almost to speak, the simple, generous Carmelina that everyone loved, though they knew she could get a bit prickly at times, the Carmelina who had always loved the sea and freedom, and who always prayed to San Costanzo, the miracle-performing patron saint of her beloved island, came to be known one day to the whole of the art world as “Carmelina of Capri”.

She began pouring her hard-won happiness into her paintings and it worked. The beauty of the island, revealed in the 19th century by the German Romantics, immortalized by Corot and prized by his pupils including Renoir, reappeared in an entirely new and naïve garb, which is one of the reasons why it enchanted such a huge audience. It was a vision that was at the same time absolutely faithful to reality and yet surreal. Human, yet simultaneously fantastic, as only a fairy tale can be. Carmelina looked out at her little world from a magic window, and so her paintbrushes conjured up the shape and colours of the little piazza in her town, with its colourful umbrellas and bell tower; the procession of the faithful, painted as a long row of dotted figurines, behind the silver statue of the saint; the houses in the harbour, with “her” red building standing out from all the rest. But sometimes the artist soared up in flight, to show everyone the tragic vision of her island besieged by the Saracen fleet, or, by contrast, transforming Capri into a peaceful nativity scene, with people winding along the road (as though along Via Krupp) as they approach the grotto with the baby Jesus, while above them the Wise Men are leaving their castle, riding on camels.

Carmelina had come a long way by the time she finally left her paintbrushes and her much loved family. And a lot of time has passed since then. Yet even today, those who pass by the “longed-for little house” in Via Cercola, may sometimes chance to hear the swish of her boat-kite as it sails around in the skies. Maybe that’s why, a hundred years after her birth, her paintings evoke in those who look at them that sweet feeling of becoming a child again. Even if it’s just for a few moments.

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