10_perindaniCarlo Perindani

Arriva a Capri nel 1924 e non la lascia più. Con le sue pennellate ne dipingerà il mare, i paesaggi, i cortili fioriti. Ora le sue tele si possono ammirare al Museo Casa Rossa di Anacapri

di Giuseppe Aprea | foto di Raffaele Lello Mastroianni

 

 

Bellezza si è aggiunta a bellezza nell’attimo stesso in cui i quadri di Carlo Perindani hanno fatto la loro comparsa nella Casa Rossa di Anacapri. E sembra a tutti che l’antica dimora del colonnello MacKowen risplenda ora di nuova luce. A proposito. Ci fu un tempo in cui la meglio gioventù dell’arte lasciò le brume del nord dell’Europa e se ne venne proprio a Capri in cerca di luce, quella luce mediterranea che ogni cosa intorno permea di sé. Quando nell’isola sbarcò Sargent e dipinse Rosina, la sua modella dai capelli neri, l’Ottocento consumava senza fretta il suo ultimo ventennio, dopo di lui venne Auguste Renoir e la sua dolce Aline, poi Modì e poi altri e altri ancora. Fu quella stessa luce, che è capace di trasformare la superficie del mare in un caleidoscopio impazzito, a condurre sull’isola Perindani: lui, che era un ragazzo del ’99 ed un artista, apparteneva per questo alla meglio gioventù d’Italia.

Era nato a Milano in corso Garibaldi e il mare l’aveva visto una volta sola, da bambino, con gli occhi di chi fa un sogno di libertà mentre è prigioniero, e così se lo tiene a lungo stretto dentro il cuore per farsi forza. Così, quando giunse a Capri, nel 1924, non se ne allontanò più: accadde tutto per caso, come le cose più importanti della vita. A Napoli, dove si era arrangiato per un po’ verniciando chiglie di bastimenti in cambio di 17 lire al giorno, una mattina s’imbarcò su di un piroscafo in rotta verso l’isola, andando senza volerlo incontro alla fortuna. Intendiamoci, la buona sorte non si manifestò subito con chiarezza. Si nascose dietro il faccione bonario e l’animo gene- roso di Eugenio Rocchese, che incontrò a bordo e che, saputolo un artista di belle speranze, prima lo presentò alla moglie Annina e ai loro cinque figli e poi lo ospitò in casa sua. Come se l’avesse conosciuto da sempre. Anche lì nell’isola, però, le lire non crescevano sugli alberi come nell’orto fantastico di Pinocchio, e mille mestieri – ahimè tutti manuali e duri – furono necessari al giovane Carlo per sbarcare il lunario, in attesa che Capri compisse la sua magia. Per sua fortuna erano tempi, quelli, in cui gli scogli ai piedi dei Faraglioni o quelli a guardia di Marina Piccola erano colorati dagli schizzi delle tavolozze e persino profumati di trementina, tanto numerosi erano i pittori che vi incastravano i cavalletti. Tra gli italiani, ora che i maestri Augusto Lovatti e Antonino Leto non c’erano più, Perindani conobbe e si legò a Carlo Siviero e Giuseppe Casciaro. Ma soprattutto, negli anni che vennero, amò dipingere en plein air in compagnia del bravissimo Michele Federico, come lui appassionato interprete del mare dell’isola.

Quel mare nel quale finalmente poteva specchiarsi, il pittore milanese continuava a dipingerlo come avrebbe fatto un bambino, attingendo a ogni colore che la tavolozza contenesse per comporne e scomporne ogni piccola sfaccettatura dell’onda. E così facendo fare in modo di accostarla in piena armonia all’onda che le correva accanto. Con pennellate pastose e solari inseguiva sulla tela il blu cobalto del mare di fondale nei lunghi attimi che precedevano il suo arrivo sugli scogli. Là – ormai lo sapeva bene – quel mare si sarebbe disperso in mille rivoli e riflessi, incontrando sul suo cammino dapprima il verde smeraldo e infine il bianco, spumoso eppur trasparente. Ma non soltanto il mare dell’isola ispirava l’artista. Gli ulivi frondosi e le lunghe fatiche della raccolta entrarono presto tra i suoi soggetti preferiti allo stesso modo dei pergolati, così comuni nelle rustiche dimore capresi, con i gerani rossi e le ortensie rosa a colorarne ogni angolo. Allo stesso modo amò i paesaggi e le case dell’isola, trionfo di forme semplici eppure straordinariamente sinuose ed eleganti, baciate dalla luce nel bianco calcico delle mura. Ne dipinse mille volte i cortili, con i muri di pietra ingentiliti da fiori spontanei, e le cantine profumate di mosto, ripiene di botti, di fiaschi antichi, di orci e di ogni altra meraviglia. La bellezza dell’isola era tutta nascosta lì, anche se non erano (e non sono tuttora) in molti quelli che sapevano scoprirne il segreto.

Il suo amico Eugenio, intanto, era scomparso per sempre e lui, dopo qualche anno, ne aveva preso il posto, sposando Annina e adottando come fossero suoi i figli di lei. Trascorreva abitualmente gli inverni a Milano, nella sua casa di via Solferino: lì completava i quadri raffiguranti i più bei scorci della città dei Navigli e preparava le sue mostre, che a partire dagli anni Trenta fino a metà degli anni Settanta tenne con grandissimo successo di critica e di vendite nelle città del nord. Si era convinto – e ripeteva spesso – che i capresi avessero il cemento nelle vene al posto del sangue: solo così si comprendeva il motivo per cui sacrificavano ad esso la bellezza dell’isola che avevano ricevuta in dono. In quale modo avrebbero mai potuto apprezzare la sua pittura, che di quella bellezza era diretta espressione…?!

Ma poi, forse perché l’età che avanzava ne rabbonì i propositi, forse invece perché furono gli amici del bar Biele in via Longano a fargli cambiare idea, tra un bicchiere di vino e un buon Toscano, Perindani si decise a far contenti anche i suoi ammiratori isolani. E il consenso con cui furono accolte le sue “personali” capresi degli anni Ottanta lo convinse della bontà della sua scelta e lo gratificò non poco. In fondo, sentirsi ammirato come pittore dai suoi concittadini d’adozione voleva dire anche veder riconosciuto il proprio ruolo di amante e di ambasciatore della bellezza di Capri.

Lasciate suo malgrado l’una e l’altra delle sue qualifiche, si spense nella torrida estate del 1986, rimpianto da tutti. Anche dai suoi amici gatti, che amava moltissimo. Due anni dopo il Comune di Milano, città dove aveva visto la luce e sognato a lungo il mare, organizzò in suo onore una retrospettiva che intitolò “Carlo Perindani, milanese, pittore del mare”.

 

La mostra permanente “Luci del Mediterraneo. 15 olii su tela di Carlo Perindani” è allestita nelle sale del Museo Casa Rossa di Anacapri. Orario d’apertura – da giugno a settembre: 10.00 – 13.30 | 17.30 – 20.00. ottobre: 10.00 – 16.00. Chiuso il lunedì. | The permanent exhibition “Luci del Mediterraneo. 15 olii su tela di Carlo Perindani” (Lights of the Mediterranean. 15 oil paintings by Carlo Perindani) is on display at the Museo Casa Rossa in Anacapri. Opening times: from June to September: 10AM – 01.30PM | 05.30PM – 08PM. October: 10AM – 04PM. Closed on Mondays.

 

Carlo Perindani

He arrived on Capri in 1924 and never left. He painted the sea, the landscapes, the flower-filled courtyards. His paintings can now be admired at the Museo Casa Rossa in Anacapri

by Giuseppe Aprea | photos by Raffaele Lello Mastroianni

 

Beauty followed upon beauty from the moment Carlo Perindani’s paintings made their appearance in the Casa Rossa in Anacapri. It now seems to everyone as though Colonel Mackowen’s old home shines with a new light. And light is the right word. There was a time when the cream of young artists left the fogs of northern Europe behind them and came to Capri in search of light, that Mediterranean light that permeates everything around it. When Sargent landed on the island and painted Rosina, his model with the black hair, the 19th century was making its unhurried way through its last twenty years, and after him came Auguste Renoir and his sweet Aline, then Modì and others, and others still. It was that same light, the light that could transform the sea into a crazy kaleidoscope, that drew Perindani to the island: and as a result, this young man and artist, born in 1899, joined the cream of Italy’s youth.

He was born in Milan, in Corso Garibaldi, and had only ever seen the sea once, as a child, with the eyes of someone who dreams of liberty while he is a prisoner; and for a long time he kept tight hold of it in his heart to give himself strength. So once he arrived on Capri, in 1924, he never left: it happened by chance, like all the most important things in life. He had been living in Naples for a while, making a living by painting ships’ keels in exchange for 17 lire a day, when one morning he set off on a steamer towards the island, without realising he was going to meet his fortune.

Fortune did not immediately put in an appearance, I should point out. It was concealed behind the broad, kindly face and generous spirit of Eugenio Rocchese, whom he met on board and who, when he discovered that Perindani had high hopes of becoming an artist, introduced him to his wife, Annina, and their five children, and had him stay as a guest in his own home. As if he had always known him.

But here on the island, too, coins did not grow on trees, unlike the imaginary garden in Pinocchio, and the young Carlo had to take on a whole host of jobs – all hard, manual ones, unfortunately – to make ends meet while waiting for Capri to complete its magic. Fortunately for him, in those days the rocks at the foot of the Faraglioni or guarding Marina Piccola were covered with splashes of paint from palettes and even smelled of turpentine, there were so many painters that set up their easels there. Among the Italian artists, now that Augusto Lovatti and Antonino Leto were no longer alive, Perindani met and made friends with Carlo Siviero and Giuseppe Casciaro. But in the years to come, he loved, above all, to paint outdoors, in the company of the talented artist Michele Federico, who, like him, was a passionate interpreter of the Capri sea.

Perindani continued to paint that sea, in which he could at last see his reflection, as a child would paint it, using every colour there was on the palette to construct and deconstruct each little facet of a wave. And in doing so he managed to match it in perfect harmony with the wave that followed on its heels. With his warm, sunny brush-strokes, he traced the cobalt blue of the sea on his canvas in those long moments before it arrived on the rocks. There – as he now knew so well – the sea would be scattered into a thousand little rivulets and reflections, meeting on its way first the emerald green and then the white, foamy yet transparent.

But it was not just the Capri sea that inspired the artist. The leafy olive trees and the long labour of the olive harvest soon became one of his favourite subjects, as well as the pergolas, so common in the rustic Capri cottages, with red geraniums and pink hydrangeas bringing colour to every corner. In the same way he loved the landscapes and houses of the island, a triumph of simple yet extraordinarily sinuous and elegant shapes, kissed by the light of the white limestone walls. He painted the courtyards a thousand times, with their stone walls, made elegant by the spontaneous flowers sprouting from them, and their cellars scented with must, full of barrels, old flasks, monsters and all kinds of wonders. That was where all the beauty of the island was hidden, though there were not many, and still aren’t, who knew how to discover its secret.

In the mean time, his friend Eugenio had died, and after a few years he stepped into his shoes, marrying Annina and adopting her sons as if they were his own. He used to spend the winters in Milan, in his house in Via Solferino: there he completed his paintings of the most beautiful views of Milan, city of the Navigli canals, and prepared his exhibitions, which were held to great critical acclaim and with highly successful sales from the 1930s to the mid 1970s, in the cities of the north. He was convinced of the fact – and often repeated it – that the Capri inhabitants had concrete in their veins instead of blood: that was the only way you could understand why they sacrificed the beauty of the island, which they had received as a gift, to concrete. How would they ever have been able to appreciate his painting, which was a direct expression of that beauty…?!

But then, perhaps because his views became more moderate as he grew older, or perhaps because his friends in the Biele bar in Via Longano changed his mind, over a glass of wine and a good Toscano cigar, Perindani decided to makes his island admirers happy too. And the success that his “personal exhibitions” in Capri met in the 1980s convinced him that he had made the right decision and gave him no small satisfaction. In the end, the feeling that he was admired as a painter by the fellow islanders of his adopted home also meant that they recognized his role as a lover and ambassador of the beauty of Capri.

Relinquishing both these qualifications in spite of himself, he died in the sweltering summer of 1986, mourned by all, including his beloved cats. Two years later the city council of Milan, where he was born and where he had dreamed of the sea for so long, organized a retrospective in his honour with the title “Carlo Perindani, Milanese painter of the sea”.

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